Il Meccanismo della Proiezione: una trappola per le nostre relazioni

Innanzitutto che cos’è esattamente la Proiezione?

Desidero iniziare con una citazione di Osho che in qualche modo sembra descrivere quello che è uno dei fenomeni psicologici più importanti di noi Esseri Umani, la Proiezione:

“Quando vedi rabbia negli altri,
va e scava profondamente dentro di te
e vedrai che quella rabbia
si trova anche lì.
Quando vedi troppa pigrizia negli altri,
va semplicemente dentro di te 
e vedrai quella pigrizia è seduta lì dentro.
La dimensione interiore
 opera come un proiettore:
gli altri diventano schermi
 e tu inizi a vedere dei film su di loro,
che di fatto sono solo i nastri registrati
di ciò che tu sei”

La Proiezione è quel meccanismo di difesa in cui è anche possibile riconoscerne il valore intrinseco, acquisendo accezione positiva tramite il riconoscimento nell’altro di nostre caratteristiche positive. Ciò porta ad aprirci all’altro in maniera fiduciosa, gettando le basi per un buon clima relazionale.

Tuttavia la Proiezione diventa ostacolo al benessere nelle proprie relazioni nel momento in cui tendiamo a trasferire “fuori da noi” e attribuire all’altro (persona o cosa), in modo INCONSAPEVOLE, aspetti di noi quali sensazioni sgradevoli, sentimenti ostili, bisogni in cerca di soddisfacimento, emozioni compresse e inibite nel tempo, desideri castrati, aspetti che in realtà sono nostri, ci appartengono in quanto “ereditati” ma che non riconosciamo e tendiamo quindi a rifiutare, sempre inconsciamente.

Tutti noi tendiamo a proiettare all’esterno caratteristiche proprie che non ci piacciono e che in qualche modo ci causano una grande sofferenza; il problema grosso insorge quando in età adulta l’utilizzo come meccanismo di difesa è massiccio e preponderante: la percezione della realtà esterna viene così gravemente distorta con conseguente indebolimento e riduzione della capacità dell’IO di esaminare la realtà. E’ come se inforcassimo per la maggior parte del tempo un paio di occhiali a lenti offuscate che non ci permettono di vedere con chiarezza ciò che ci accade, al nostro interno e fuori di noi.

Il focus del problema sta proprio qui: questo meccanismo di difesa permette infatti di vedere – illusoriamente – il male fuori di noi, nell’Altro, lusingandoci che è l’Altro che sbaglia, che ferisce, che giudica. Se non siamo costretti a guardare in faccia i nostri lati negativi a quel punto possiamo tranquillamente esimerci dal doverli riconoscere e quindi, eventualmente, affrontare, giungendo a deresponsabilizzarci.

Attraverso il meccanismo della proiezione, spostiamo fuori da noi così tante parti che in realtà ci appartengono, che la vita può diventare davvero esasperante e difficile da gestire emotivamente, in quanto chi giudica continuamente finisce per rimanere intrappolato nell’arido deserto della solitudine dei suoi stessi giudizi.

Ma come avviene nel concreto questo meccanismo?

Lo possiamo riconoscere in tantissime occasioni: ad esempio interroghiamoci quando chiamiamo “poco di buono” la nostra collega solo perchè ha un fare molto espansivo con l’altro sesso; o ancora chiediamoci come mai ci infuriamo con nostro figlio perchè lascia in disordine la camera; o come ci sentiamo astiosi verso il nostro vicino perchè puntualmente compra la tecnologia dell’ultimo grido: non vorremmo forse essere noi un pò più seduttive, magari nei confronti del nostro compagno, come quelle che chiamiamo “poco di buono”…? Non vorremmo forse essere noi stessi un pò più sereni nell’occuparci della casa e chiudere un occhio alle volte…? Non vorremmo forse essere noi ad avere la tecnologia come il vicino di casa ma non possiamo permettercela…?

Ogni qualvolta che ci troviamo a formulare giudizi univoci e lapidari nei confronti degli altri potremo chiederci se quelle persone che noi critichiamo in maniera così aspra, altro non sono che portatrici di caratteristiche che noi stessi possediamo ma che non riconosciamo di avere, caratteristiche che risiedono, per dirla in termini Junghiani, nella nostra parte Ombra, o alla Stone, nel nostro Sistema di Sè Rinnegati.

In ogni caso si tratta di quelle parti che se ammettessimo a noi stessi di avere, manderebbero in tilt un  sistema valoriale-personale sul quale per anni ci siamo costruiti faticosamente in modo coerente e rigido: vuoi per motivi educativi, familiari, religiosi, etici, morali. Riuscire a contattare che essere persone moralmente rette, riservate, attente, o individui abili risparmiatori, responsabili, tuttofare, precisi, ordinati,…è in realtà solo una parte di noi, ma c’è una parte sommersa  e nascosta che preme per essere riconosciuta come un pò smaliziata e flessibile, tollerante, concessiva, più casinista e sfacciata, ci consentirebbe di viverci più serenamente, liberamente e più gentilmente.

Ma quanta fatica contattare i nostri Sè Offuscati !!

Da dove origina questo faticoso quanto illusorio processo proiettivo?

Le origini di questo processo difensivo risalgono alla qualità delle modalità relazionali e comunicative con il nostro Ambiente di relazione Primario, rafforzate dagli eventi di vita vissuti e dalle persone incontrate, per rappresentare poi nella vita adulta un sistema sufficientemente consolidato di schemi di credenze, di modi di reagire, di concezioni di sé e copioni di vita che a loro volta influenzano gli eventi stessi per il modo in cui li leggiamo e per le reazioni emotive che suscitano.

Conseguenza di ciò è la rigidità in un ruolo che ci mantiene sempre più radicati nelle nostre posizioni, impedendoci di avanzare in quell’importantissimo processo che Jung chiama “individuazione”: un processo di autoconoscenza e autorealizzazione che ci rende liberi di scegliere ciò che vogliamo essere e diventare. Arrivare a cogliere le infinite sfumature che  la vita ci offre significa conquistare lo Stile Assertivo e la capacità di affrontare e superare i problemi comunicativi e di relazione consapevoli delle proprie risorse e delle proprie aspirazioni, dei propri bisogni e aspettative, dei propri desideri e priorità, senza cadere nel tranello che sia l’altro a dover soddisfare tutto ciò.

Sentirci completi significa integrare la propria parte cosciente con quella inconscia, e legittimare che si può essere timido in certe occasioni ed espansivo in altre, oculato in certe occasioni e spendaccione in altre, smaliziato in certe situazioni e riservato in altre e così via. Vedersi in modo univoco è fonte di sofferenza, anche perché in questo modo è bene tener presente che l’energia derivante dai nostri Sé Rinnegati messi a tacere potrebbe sfogarsi anche attraverso disturbi psicosomatici. Come osserva Jung, l’Ombra abbandonata al negativo è costretta, per così dire, ad avere una vita autonoma senza alcuna relazione con il resto della personalità.

Come fare, quindi, a uscire da questa trappola a rete fitta e dare respiro e legittimità coabitativa a tutti i nostri Sè?

Imparando innanzitutto a riconoscere quando e cosa stiamo proiettando sull’altro.
Accettando che quello che stiamo proiettando è un qualcosa che risiede dentro di noi da qualche parte del nostro Sé, che fino ad ora non è stato visto, riconosciuto, esplorato.
Integrare queste parti dentro di sé, quindi, è di fatto, un cammino di consapevolezza che implica grande capacità e sforzo di mettersi in discussione. È un cammino non privo di sofferenze che spesso implica il sostegno di uno psicologo, che aiuti progressivamente ad accettare che non siamo fatti di poche parti rigide, ma di molte parti flessibili. Riconoscere le mille sfaccettature di cui siamo composti, e dunque non solo poche e ben definite caratteristiche, ci permette di andare nel mondo di relazioni interpersonali e nella società a testa alta, con flessibilità, fermezza e al tempo stesso capacità di adattamento.

 

 


Dott.ssa Paola Finelli

Iscritta all’albo dell’Ordine degli Psicologi della regione Emilia Romagna n. 6377 Sez. A

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